Samhain

Se cammini nel bosco, non seguire il sentiero.

Le cose succedono, ce lo siamo sempre detti.

Oggi succede che… una strana e misteriosa voglia, sepolta da anni, torna a impossessarsi di me: scrivere. Misteriosa perché inattesa. Ma, in realtà, perfettamente conosciuta. E decodificabile. Perché già assecondata per anni.

Genesi inequivocabile. Un’amica che non sentivo da tempo mi invita a un Samhain particolare. Il concerto per arpa celtica è nelle profondità di un bosco, in un non-posto di un non-tempo. Raggiungibile solo dopo un itinerario a me noto solo in parte. Il bardo ci avrebbe atteso in un vecchio rudere semi-ristrutturato, situato lungo quel tracciato, nell’abisso di una vallata buia. Avremmo dovuto… scendere.

All’inizio siamo in tre. Il sentiero parte da un vialetto tra due case, saltuariamente abitate. Dopo pochi metri, la tenebra. A poche centinaia di metri in linea d’aria – ricordo bene – l’anello del primo RICERCATI 2021. Quello del cielo che si squarciò in due, per riversare su di noi le nubi di tutta la troposfera… ricordate amici fortunati che eravate presenti? E’ forse questa vicinanza geografica a rievocare quel passato prossimo. Scaccio quel pensiero e mi riconcentro sul sentiero. Ieri sera, come mio solito, chiudo il piccolo gruppo. Le foglie secche arrivano quasi a metà polpaccio. Una via di mezzo tra un cuscino e una sabbia mobile. Siamo rumorosi, nel silenzio assoluto della vallata. Quel rumore avrebbe attirato l’attenzione di qualcuno. O di qualcosa. A un certo punto, una candela accesa collocata su una maestà ci conferma che qualcun altro, poco prima di noi, è transitato di lì. Stavamo scendendo. Tutto bene, quindi.

Wolf 06Continuando a scendere, il sentiero – che ormai costeggia il torrente – si allarga. Il rivolo di foglie secche assume le proporzioni di un laghetto. Il sentiero finisce. Tra le ombre ricamate nel bosco dal quarto di luna, intravediamo un casello di legno. Qualcuno, in tempi sconosciuti, aveva abbozzato una panchina. L’immagine è quella di un casello di caccia. Presenze. O memorie di presenze, per meglio dire. Il vicolo è cieco. Ci guardiamo e, senza parlare, capiamo di essere scesi troppo. Come si può scendere troppo?, penso. Non si scende mai a sufficienza. In quel momento, notiamo una zona con foglie spostate e, sotto, fango. Un giaciglio. Questo è il paradiso per branchi di cinghiali, penso. In quel preciso momento, penso anche all’unica altra cosa che potessi pensare. Cioè a chi – o a che cosa – potesse indicarci la rotta… liberandocela. E la cosa più angosciante, nella magia lunare di Samhain (mentre poco lontano il bardo cominciava probabilmente a pizzicare le corde della sua arpa), è che nello stesso istante in cui ho pensato agli unici amici che avremmo potuto avere laggiù, quegli amici si sono… manifestati.

Come un fendente micidiale nella notte più nera, gli ululati hanno squarciato all’unisono tutta la vallata. Venivano dal pizzo sopra di noi, dall’altra parte del torrente, per indicarci la via. Poi nuovamente il silenzio di tenebra.

Marinella – che colgo l’occasione per ringraziare di questo dono – si immobilizzò un istante: “Sono… lupi, questi?”

Il silenzio con cui ho risposto alla domanda celebrava gratitudine e serenità. Mettendomi alla testa del piccolo gruppo, abbiamo ripreso il cammino. Dopo un quarto d’ora abbiamo raggiunto il bardo e vibrato alle note delle sue ballate. Nuovi e impercettibili ponti sono stati costruiti fra i due regni. Al ritorno a casa, ho trovato tutte le luci accese. Persone ovunque. Cercatori e fuggitivi. Vita. Vita. Vita. Simbolo di una nuova alba. Come piace a noi…

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