“Fino a quando l’inconscio non diventerà cosciente, il subconscio continuerà a dirigere la tua vita e tu lo chiamerai destino.”
— C. Jung
Ieri sera ho visto “Joker: folie à deux”.
Lo so: flop al botteghino, bieca operazione commerciale, “solo” un inspiegabile musical, eccetera. Tutti elementi che hanno svuotato le sale, compresa la mia (eravamo sette persone in tutto).
Partiamo da un dato: siamo (da tempo) arrivati al punto in cui, se un qualsiasi fenomeno risulta sgradito ai più (o a qualsiasi dottrina mainstream), esiste un’altissima probabilità che, invece, susciti qualche interesse in me. Quindi, ero favorevolmente prevenuto.
Il film non è un musical. Questa definizione, che da molti ho sentito elargire con tono sprezzante, è impropria. Il film è “un film con QUALCHE sequenza narrata in musica”, mediante la voce dei protagonisti (uno dei quali, guarda caso, è anche una grandissima cantante). Quindi: non è un film e non è un musical. Azz… partiamo male! E il nostro bisogno di incasellare tutto al suo posto, allora, dove lo mettiamo? E se fosse un esperimento narrativo? E se per giunta questo esperimento narrativo fosse persino funzionale al… messaggio? No, eh? Domandoni troppo ingombranti e sofisticati, soprattutto per chi magari voleva solo andare a vedersi l’epopea del miglior Joker di sempre, vendicatore degli ultimi, capo-popolo rivoluzionario e sintomo disadattato di un declino collettivo, di fronte al quale ci sentiamo impotenti e cerchiamo quindi un “altro-da-noi” su cui proiettare la nostra frustrata inerzia (perché ho il fortissimo sospetto che sia proprio questo, il vero “trigger” del successo del primo episodio…).
Questo film, udite udite, parla certamente ancora di conflitto. Ma – ed è qui la novità – non di un conflitto sociale (bene contro male, poveri contro ricchi, ultimi contro potenti… tutte cose che viviamo alla luce del sole, e in cui è quindi facile identificarci), bensì di un Conflitto interiore. E nessuno poteva avere dei dubbi in merito, se avesse colto nel primo film – e ve ne erano infiniti indizi – il vero e unico elemento trainante, cioè il disturbo dissociativo di Arthur. La grandiosità di questo film (che già da questi elementi si capisce bene come non potesse essere captata da un pubblico che vorrebbe solo proiettarsi nel suo anti-eroe rivoluzionario) è proprio nell’epopea interiore di un povero cristo alla ricerca (ricerca…) di se stesso, e della maschera più indolore da ostentare agli altri. Quale immagine di sé rilasciare al mondo, dunque? Quella iconica, di successo, nazional-popolare, acclamata da tutti e dall’indubbio fascino sull’universo femminile? Oppure quella più criptica e indecifrabile, ma certamente più autentica? Soprattutto: che cosa se ne farà la società di un anti-eroe denudato, che affronta e percorre a modo suo il processo (anche giuridico, ma soprattutto interiore) per affrontare e superare i traumi dissociativi e i conseguenti meccanismi disidentificativi del Sé? Perché di questo conflitto stiamo parlando stavolta, non di un conflitto di classe.
Allora il messaggio e la morale di questo film strepitoso (per molti aspetti migliore del primo) vanno ricercati nei frammenti di questa personalità fragile e disordinata, nel suo tentativo di risolverla fra i tumulti interiori (ma mai melodrammatici) scatenati dalla sua passione totalizzante per una donna che, finalmente, lo ama per quello che uno di quei frammenti sa darle.
Nessuno spoiler, per carità: ma chi andrà a vederlo si chieda anche perché l’ultima sequenza che li ritrae entrambi si svolge – guarda caso – proprio sulla scalinata che ne aveva decretato la trasformazione nel primo film (e se si amano i dettagli, presti attenzione al verso in cui Arthur percorre quei gradini).
Se invece siete “semplicemente” insoddisfatti della piega che stanno prendendo troppe cose e vi serve un efficacissimo anti-eroe su cui proiettare una qualsiasi passività psicologica (guardandovi bene dallo scandagliarla), evitate. Perché qui siamo di fronte a un anti-anti-eroe. Quindi, a un eroe.
